Carlo Siemoni e le origini del Parco Nazionale

carlo siemoni

Le radici di questo Parco Nazionale sono dovute all'ingegnere boemo Carlo Siemoni, selvicoltore granducale negli anni 1805-1878, e artefice del grandioso rimboschimento dell’Appennino casentinese e romagnolo e della prima opera di sistemazione forestale del territorio che oggi ricade nell’area protetta del Parco.

Siemoni fu appositamente chiamato dal Granduca Leopoldo II di Lorena, per amministrare le Foreste Casentinesi – le regie Foreste dell’Alpe Casentinese – che ancora nella prima metà del XIX secolo si presentavano fortemente degradate dopo secoli di intenso sfruttamento da parte dell’Opera del Duomo di Firenze e dei monaci camaldolesi e al suo successivo abbandono.

Ideatore di grandi innovazioni in campo forestale e fautore dell’introduzione di varie specie vegetali e animali a livello locale, fu il vero protagonista del piano di recupero delle Foreste, e allo stesso tempo solerte amministratore.

Oltre ad impiantare un gran numero di nuove abetine e aver diffuso la coltura del castagno, Siemoni ampliò e fece costruire delle nuove piste forestali (le impervie “vie dei legni” per le quali i buoi, i muli ed i cavalli da tiro trascinavano i tronchi).

avellignese

Per facilitare il trasporto del legname tagliato in foresta che doveva giungere al porto di Pratovecchio, riedificò il lanificio di Stia, abbandonato da anni, e fece costruire una segheria e una vetreria – “la fabbrica dei cristalli” – alla Lama.

Ma l’intervento più importante e colossale furono i rimboschimenti. Sistema che in soli venti anni mise a dimora ben 50 milioni di abeti assieme ad altre specie esotiche.

L’opera del Siemoni non si concentrò solo nell’ambito forestale, ma interessò anche altri settori, come quello faunistico. “Questa figura storica diventa il simbolo di tutti gli amanti delle riserve naturali che, in maniera importante e diversificata, hanno partecipato a preservare e migliorare questo immenso patrimonio”.

Fanno da cornice ai segni della millenaria presenza dell’uomo: borghi e castelli medievali, nuclei di case isolate, talvolta disabitate, eremi suggestivi come Camaldoli e la Verna. Sono terre che hanno da sempre regalato intense emozioni ai visitatori: eremiti in cerca di luoghi di preghiera, a cominciare da S. Romualdo e S. Francesco, letterati come Dante e Ariosto, che cantarono questi paesaggi con versi pieni di forza, e, nel nostro secolo, appassionati come il forlivese Pietro Zangheri, ai quali va il merito di aver operato per la loro salvaguardia.